Si svegliava quasi tutta la settimana alla solita ora, tranne il sabato, la domenica, e le feste comandate. All'ora imposta dalla sveglia, ma ancor prima dalle necessità. Quali che fossero poi le sue vere necessità, rimaneva territorio quasi del tutto inesplorato. Si trovava in qualche luogo, dentro se stesso. Ma ancora non lo sapeva. O almeno quella era la sensazione primaria. In realtà, qualcosa percepiva, durante le intime evoluzioni, dentro le quali sempre più spesso gli capitava di tuffarsi. Sentiva che il reale non si consumava del tutto nei cinque sensi che
madre natura ironicamente gli proiettava sullo schermo. Giorno dopo giorno, inesorabile. Purtroppo però, razionalità e una sorta di paura, insieme, come fossero il gatto e la volpe, lo confondevano.
Lo distraevano dalla sua ricerca interiore. Dalla sua lotta per una vera rivoluzione spirituale. Era come mettersi a guadare un fiume nero, le cui correnti sembravano volerlo fagocitare. Quella razionalità e quella paura che con malcelata ipocrisia gli avevano inculcato fin da piccolo, sui banchi di scuola. A quei tempi però, qualche rivincita se la prendeva sui dispotici precettori. Ad esempio, ponendo domande a cui non sapevano rispondere.
Non perché fossero ignoranti o impreparati. Non tutti almeno.
Più semplicemente perché erano domande che non prevedevano risposta, e nemmeno appelli. Anche per questo veniva in qualche modo temuto, esaminato, controllato. Non gli riusciva di adattarsi, fin da piccolo.
Questa particolarità, se da una parte rappresentava una spada di Damocle sempre in agguato, d'altro canto si rivelava una formidabile macchina di evasione. Un modo di vedere il mondo che lo circondava, che nessuno poteva o voleva insegnargli. Decise allora che l'avrebbe penetrato da solo quel velo, a costo di rimanerci per sempre solo. Come in seguito si sarebbe rivelata buona parte della sua esistenza, tranne qualche breve, idilliaco frammento. Un altro punto di vista, un'altra visuale. Era il primo embrione di quello che l'avrebbe condotto nel regno del non-visibile.
Ma come ho già scritto, ancora non lo sapeva. Esisteva anche un altro pericolo per un essere di quel genere: la curiosità. Quando divenne adolescente, fu quasi inevitabile l'ingresso nella dolce tragedia: la droga. All'inizio per gioco, sfida, iniziazione profana. In questo non differiva dagli altri forzati del divertimento. Fu l'inizio di un lungo viaggio. Un viaggio al termine della notte, per dirla alla Céline. Un viaggio del quale non rivelo i particolari; un semplice racconto non sarebbe esaustivo.
E forse nemmeno un romanzo. Malauguratamente per lui, al nostro amico mancavano quell'ipocrisia e quell'egotismo, tipici del protagonista, Bardamu. Che forse, in certo senso, sarebbero potuti essergli di un qualche aiuto, pur relegandolo nel triste e vasto teatro umano.
A guisa di un altro dei tanti, troppi burattini. Lui non ci stava.
Non intendeva interpretare alcun ruolo, che non fosse stato lui stesso. Non voleva essere burattino, ma nemmeno burattinaio. Ma non si poteva; la scelta era obbligata. Il denaro, la fama, il potere, rappresentavano per lui, il peggio del peggio cui un uomo potesse ambire. Tutto questo non lo interessava minimamente. Non ne faceva una questione di moralità.
Anche la cosiddetta moralità era un gioco perverso di scatole cinesi, messo in atto fin dall'alba dei tempi. Un altro di quei giochi perversi, avente come scopo ultimo quello di soffocare le anime libere.
Non si trattava nemmeno di libero arbitrio. O forse si. Libero arbitrio.
Si svegliava quasi tutta la settimana alla solita ora, tranne il sabato, la domenica, e le feste comandate. Quella mattina però era diversa da tutte le precedenti. La sveglia suonò, e il solo effetto che produsse fu quello di far allontanare una mosca. Quella mosca che volava eccitata, tra una pozza di sangue sul pavimento, e un delicato rivolo che fuoriusciva lento, attraverso un foro nella tempia.