Volo inebriante
di umori e di giorni
di temporali melodiosi
salmodiando carne tremula
ululando alla luna piena

Barattando l'ultimo scampolo
di carezze accennate
di visioni sfocate
di mani imploranti
su uno sconosciuto arenile

Fissando il tremolio incerto
di una lampara lontana
un alito di brezza si alza
sospiro stringendoti
mia amata creatura

Tu che non hai nome
sei Donna Dea





È rimasta la notte.
Il vino storto.
Le birre forti.
Quando penso a te dico l’errore
ho l’ansia qua che non se ne va e non se ne viene.
Quando penso a te
non riesco a scrivere una poesia che ti dica
e mi pare che ogni cosa sia troppo letteraria per saperti,
per farti un ritratto.

È rimasta a Milano
tre giorni a settimana,
a volte quattro.
Fare la borsa,
dimenticare il dentifricio,
dimenticare quel libro di un altro Dino,
quel libro del pazzo che ti somiglia,
che non sei tu,
dimenticare il nome che non dico mai a bassa voce,
il nome che ti fa danno e follia,
il nome che ti fa mio.

Ogni cosa se ne va e se ne viene nella bocca, nella testa,
e mi pare che tutto quello che oggi,
mi pare che tutto quello che oggi ho,
mi pare che non vale niente,
che non mi resto
e non mi manco.

Pare che quando penso a te c’è vento
e ho freddo,
poi ho caldo,
poi ho freddo,
poi chiudo una finestra
e leggo due righe di Proust.

Quando penso a te dico che stai a fare chissà che,
che stai a fare niente su una porta, in macchina,
dentro a un pezzo del mondo che ci vuole così,
in due posti diversi.

Quando penso a te
rimane
solo la notte,
che non mi vuole dormito,
non mi scende nel sonno.

Se la notte io questa me lo permetto,
di pensare a te dico,
allora io mi penso come a te
che vieni con i capelli ricci,
mi baci e resti via.

Mi baci e mi perdoni tutto il tempo che sono stato lontano,
le ore che ho sottratto alle nostre spalle.
Ma credimi,
è stato per decidermi,
è stato per mangiarmi ogni saluto
fatto con la mano sinistra
la mano sbagliata.

Credimi, è stato per poco,
non sono stato via così tanto,
non sono stato via, vero?

Ora però si è fatto tardi,
e me ne devo andare.
Ho tanto cose da fare domani,
devo dormire.. dormire..

Èd è restata la notte,
il wisky,
una bottiglia di vino vuota,
la spazzatura da buttare,
due pacchetti di marlboro sul tavolo,
un paio di calzini umidi,
e il dizionario di retorica,
tre bollette del condominio arretrate,
un pò d’erba che non basta a farsi una canna,
l’ultimo disco di Morgan macchiato di caffè,
sono restate tutte queste cose
e io, quando penso a te,
penso che si è fatto tardi,
e me ne devo andare.

(Luigi Romolo Carrino)






Lettera del marchese de Sade alla venditrice di pistole


Parigi, 14 Luglio 1794

Carissima, avrei bisogno di pistole in numero di tre, pagamento alla consegna con l'aggiunta della serie di maschere asiatiche che le avevo promesso e non portato l'ultima volta, mi permetta di offenderla con questo dono che non compensa minimamente il servigio che lei offre a noi tutti, anche adesso, che la immagino sdraiata a testa in giù sul letto come un pipistrello, avrei bisogno di pistole in numero tre, una per ogni indugiante e caramellosa bimbetta che avrò la cura di allestire con così tanta parsimonia dentro di me, la pistola in questo caso offrirà un servigio diverso da quelli che lei di solito coopta per i suoi avventori, immagino ometti calvi e tipi ossuti dallo sgargiante abbigliamento che tossiscono dentro a fazzoletti con le loro iniziali ricamate a mano, bisognosi di metter fine a qualche tediosa situazione riguardante miseri scopi quali mancanza di denaro, eccesso di denaro, ne conviene, oppure l'onore e altre minuscole faccende riguardanti l'amore, la passione, l'invidia, lei mi comprende immagino, se la mia memoria non m'inganna lei da tempo è conscia che uno più uno da sempre uno, non è così?
Metta la testa diritta, che l'universo si gira da solo durante la notte e lei rischia di trovarsi dalla parte giusta senza averlo desiderato.
Dicevamo pistole in numero di tre, e un fucile a pompa che potrò altresì adattare a scopi diversi prima d'adoperarlo come gli si conviene, scavatrice di profondità, apportatore di luce in posti dove luce non esiste.
Mi piacerebbe un giorno invitarla ad assistere ad uno dei numerosi banchetti che io e la mia consorte siamo soliti tenere in casa nostra e non dubito che lei si sappia presentare con la grazia con cui l'uccello del paradiso mima facce invisibili col suo piumaggio per adescare la femmina, o le estenuanti carezze dell'octopus che paiono mimare l'estasi delle onde, col loro ottuso infinito andirvieni. Mi scusi, se mi permetto queste divagazioni, ma il regno animale sortisce un notevole fascino su di me, che sono altresì conscio che non ci sia depravazione maggiore che di sottrarsi ciò a cui si tende. Bloccare lo spasmo, inficiare la causa, ogni bellezza nasce da una scelta, ogni inizio è già una fine, bocche senza fame, tremenda mancanza di ciò che non si possiede, di ciò che non si desidera.
Pensa che non sappia che non è prendendo che si ottiene?
Torture, sevizie, stupri, incesti e altre oscenità sono mezzi per mimare la copula di dio col mondo. Teatro dell'estasi per utopisti mancati.
Aspirare a dio è gioco da scimmie. Esserlo è più facile che dimenticarselo. Guardi lì fuori quanti uomini gridano alla rivolta.
Li guardi, i loro figli sono seviziati, a loro stessi vengono strappati i denti e le unghie ogni giorno, non vedono l'ora di arrecare il perpetuo danno, capovolgere il tappeto, e sdraiarsi dalla parte opposta.
Ora anche lei può sdraiarsi nuovamente a testa in giù.
Il mondo si sta capovolgendo proprio in questo momento, mentre viene buio. Lo sa che al Polo Nord il sole non si abbassa ma oscilla come una mano desiderosa di toccare qualcosa che non sfiorerà mai?
Per sei mesi l'anno. Lentezza e velocità sono denti di una stessa bocca.
In realtà, è rimanendo fermi che si arriva alla trasformazione assoluta, che si sfiora la metamorfosi. Un secondo di perfettissimo silenzio potrebbe aprirle la testa in due. Necessito di pistole in numero di tre, (e di un fucile a pompa) una per ogni bimbetta caramellosa con la quale esplorerò gli atti pratici del divenire una stucchevole divinità.
Il tragico è la consapevolezza della farsa, il ghigno della maschera veneziana, poiché noi non siamo nemmeno qui, nessuna mano divaricatrice dalle punte metalliche ha mai tirato fuori nulla oltre la nostra immaginazione. Non mi parli del dolore per favore, lo esprima.
Non compia un atto osceno, lo divenga. Certamente vendere pistole è un'arte onorevole, ma a me sembra che lei ancora non si manchi abbastanza, poiché si desidera. Desidera essere la venditrice di pistole, dicono che indossi guanti di pizzo e minuziosissime veline per coprire i suoi abissi, ho sentito dire di partite intere d'armi consegnate da lei avvolte in contenitori dalle stravaganti fattezze quali scheletri di animali o preziosi manufatti in avorio o legno indiano, lei, mi permetta, ha la presunzione della bellezza e il peccato dell'eleganza ha, come dire, già cominciato a piagnucolare prima di nascere, quando bisognerebbe fare un passo prima della scelta e vedere che si ha bisogno esattamente di tre pistole, e di non usarle, per evidenziare l'infinita distanza fra un atto e il suo compimento - mentre finisco di scrivere questi dialoghi destinati all'educazione delle giovani fanciulle le scrivo e la immagino, estemporanea, addirittura violetta nell'ora mediocre, genuflessa sul limitare del letto, le braccia ali di colomba, le mani divaricatici dalle punte metalliche – ripassare verso sera la venditrice non c'è, tornare durante la notte la venditrice sta rappezzando i buchi nelle pagine leccandoci addosso organi per tenere insieme le parti – ma questo si chiama "vedere attraverso" e, ne convengo, si dovrebbe quantomeno rispettare la sua caparbietà a proposito, sento parlare malissimo di lei in fila per il pane o mentre due ragazzine confabulano in un angolo dopo essere state redarguite indugiando e maledicendo l'autorità con il sorriso sulle labbra – ragazzine di pioggia, scatole sepolte dentro al giardino, verranno da lei a chiedere il fulmine dentro il quale specchiarsi, la voce del tuono, non si usa chiamare così adesso il baluginante ringhiare delle armi? Lei è così voluttuosamente separata dall'opinione pubblica da render pazienza e una viscosa colla unta ogni rapporto orale o scritto con la sua fabbrica di uragani e intemperie da meritare il mio assoluto rispetto e la mia profondissima stima, oltre alla conferma dell'ordine di pistole in numero di tre e di un fucile a pompa. Al tempo stesso caramente, internamente, carnalmente la saluto rendendo questa nostra separazione un ostacolo immenso al più cieco e idiota, e dunque più puro, dio in circolazione. Sarà mia cura inviare un messo di fiducia che avrà l'impegno di ritirare per mio conto i preziosi orpelli che intendo adoperare ovviamente senza usarli, per il compimento di questa mia iniziativa volta alla sperimentazione e conseguente descrizione del "come si diventa un dio attraverso il corpo" manualetto volto alla diseducazione dall'ordine morale, che ho intenzione di far girare per i salotti di Francia per il semplice intento di farmi parlar addosso, possibilmente male, da chiunque ancora non si sia lasciato andare alle più naturali e per questo disumane virtù.
D'altronde, per diventare veri repubblicani bisogno prima immaginarlo. Nell'attesa di non vederla mai, mia sublime, caldamente le raccomando puntualità nell'esecuzione dell'ordine, esortandola, almeno lei, a non cercare dio né nella carne né nello spirito: insultarlo o baciarlo sono espressioni della stessa schiavitù, ma semplicemente, con la caparbietà che le ho riconosciuta – a dimenticarlo giorno dopo giorno, ora dopo ora, fino a renderlo con questa minuziosa opera di diseducazione totalmente indifferente, per arrivare al fine ultimo, farlo scomparire alla coscienza: quando esso sarà totalmente scomparso, non pensato, non ricordato, non immaginato, non desiderato, non insultato, noi non sapremo di lui e in quel momento preciso avremo la sua esatta percezione, vedremo come lui vede noi, e potremo così ottenere ciò che ci è precluso, e che invece è così preciso e netto in ogni altro animale ad eccezione dell'uomo:l'ignoranza. Conoscenza suprema e assoluta di tutte le cose.

Per sempre suo, approdo mancato, in corpo e carne.

Donatien-Alphonse-François de Sade







accorate preghiere
necessità liberatorie
di scintillanti riflessi
di vibranti sensazioni
di mutevoli panorami
sublimano il nonsenso
in aleatorio assenso
saturando spazi infiniti
svagando le anime
sciogliendosi piano
come ansimanti amanti
giungon alfin stremati
all'armoniosa estasi
misterio e deliquio
di due corpi sincroni
che diventano uno






In direzione ostinata e contraria





Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento

I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutti il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del "tua culpa"
affollarono i parrucchieri

Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta
poi ci mandarono a cagare
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano i segni
di una pace terrificante

Mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta

(Fabrizio De André)


È il ritratto dei diversi aspetti dell'Italia e dell'Occidente in genere alla fine degli anni Ottanta. Ancora una volta De André fa "inconsciamente" la parte del profeta con la chitarra, citando, all'inzio, la Baggina, cioè la Casa di riposo per anziani Pio Albergo Trivulzio di Milano, che nel giro di poco tempo diventerà celeberrima; di lì partirà la prima denuncia per corruzione di tangentopoli. Si passa poi ai semafori, occupati da immigrati polacchi con le loro spazzole da lavavetri, i loro mercatini e i loro traffici di prostituzione, per arrivare ai trafficanti di saponette diretti all'Est.

Subito dopo vediamo "la scimmia del quarto Reich" simboleggiare la preoccupante ripresa di movimenti neonazisti in Germania e un pò in tutta Europa; infine la piramide di Cheope, monumento tanto imponente quanto inutile, ricostruito oggi "schiavo per schiavo, comunista per comunista"

Uno sguardo è riservato ad una pagina ancora sanguinante del nostro recente passato: il terrorismo. Renato Curcio, il capo storico delle Brigate Rosse, è ritratto come un carbonaro, un prigioniero politico ancora in carcere, nonostante non abbia mai ammazzato nessuno, perché non ha voluto rinnegare il proprio passato.

Il riferimento a Pietro Maroncelli attraverso l'amputazione della gamba riporta l'ambientazione nel secolo scorso, come a dire che le condizioni sanitarie in Italia, e in particolare nelle carceri, non sono migliorate poi molto.

Nella canzone c'è anche posto per condannare alcuni colleghi, troppo propensi a cantare o a scrivere canzoni cambiando continuamente cavallo da battaglia a seconda dell'argomento più alla moda: "voi che avete cantato per i longobardi e i centralisti, per l'Amazzonia e per la pecunia", denuncia tagliente, questa, e fatta da chi sicuramente aveva tutto il diritto di farla.

Tra questa folla di personaggi passano, quasi non visti, gli addetti alla nostalgia, tra i quali "il cadavere di Utopia": utopia della libertà, utopia dell'anarchia, cresciuta nel '68 e morta in mezzo alla città moderna e civile, dove chi vuole rimanere libero lo può restare soltanto se ha un cannone nel cortile.

[Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 147-148]





Venerdì 11 ricorre l'anniversario di morte di Fabrizio De André
A partire da oggi, e fino a quella tristissima data, posterò in sua memoria

Io non sapevo, non potevo immaginare,
quanta dolcezza e quanto ardore

potessero nascondere le carezze.
Mi hai baciato sui capelli, sulla bocca...
e baci, tanti, ancora baci.

Quando è arrivata la luna ti sei coricato accanto a me... e,
come una rosa, sono sbocciata tra le tue mani,
sono diventata bellissima.

Mi è sembrato di avere le ali, di riuscire a volare...
  E' questo che chiamano amore?

Tornando verso casa,
 sentivo ancora le tue mani sui fianchi
e il sapore delle tue labbra...
ero felice e tanto leggera...
forse per questo non mi sono accorta del fiume.

L'acqua era fredda, mi trascinava verso il fondo,
ma io sentivo solo il calore dei tuoi baci.
Era scura, mi inghiottiva,
ma io sulla pelle avevo ancora le tue carezze...

Il vento ha visto tutto e si è commosso:
ecco perché mi ha portata qui,
su questa stella luminosa.

Se solo tu smettessi di battere contro quella porta
ed alzassi per un attimo lo sguardo verso il cielo...

Marinella







Come un'anguilla che scivola e si dimena, sfuggendo a ogni tentativo di controllo/catalogazione, così "My Life In The Bush Of Ghosts" dà un'impressione straniante ai primi ascolti, per via della messe di spunti e stimoli che pian piano si accumulano nella mente dell'ascoltatore, che sconcertano e destabilizzano per il loro contrasto.
È d'altronde arduo descrivere con semplicità questo disco: lo si potrebbe definire, ad esempio, uno dei parti più riusciti di una stagione irripetibile della storia della musica popolare grossolanamente chiamata "rock", nella fattispecie del post-punk, a sua volta termine generico e multisfaccettato. Oppure un tentativo ardito e pure presuntuoso di creare una musica "nuova" che raccolga gli stimoli delle altre musiche, quelle del terzo mondo, e li mescoli con suggestioni e frammenti di suoni più conosciuti, al fine di realizzare qualcos'altro, in quello che è un puro processo di creazione. Ancora, una delle manifestazioni più compiute e definitive del nuovo corso 80, l'irrompere del post-moderno, il frullìo di tecniche stili e stilemi, il suono tribale e funky sterilizzato e passato sotto una volta di vetro e acciaio, una realizzazione in musica utopistica ma non ingenua del Villaggio Globale profetizzato da Marshall McLuhan, e così via.

Sicuramente è il frutto più maturo, il massimo sforzo raggiungibile e raggiunto dall'unione di due menti colte, sfavillanti di intelligenza, innamorate dei suoni del mondo, che giocano con concetti, riflessi pavloviani, ritmi e armonie trattati e rivoltati come un calzino.
Brian Eno e David Byrne arriveranno stremati al termine del loro percorso insieme, ma con due opere miracolosamente simili eppur distantissime, due modi differenti di applicare la concettualità propria dell’avanguardia alla canzone rock. La prima è il celebrato "Remain In Light", probabilmente il massimo lascito dei Talking Heads; la seconda è questo misterioso disco, che sinuoso si infila per sentieri sconosciuti, ma non perché non ci fossero stati precedenti esempi di trattamento voci o suggestioni etniche, da John Cage agli esperimenti di Holger Czukay (come ben esplicitato nel libretto accorpato all’edizione 2006 del disco), quanto per la fusione di così tante intuizioni in un'unica, sfolgorante opera. 

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(Fonte: http://www.ondarock.it)


Traccia 1 - America Is Waiting


Traccia 2 - Mea Culpa


Traccia 3 - Regiment


Traccia 4 - Help Me Somebody


Traccia 5 - The Jezebel Spirit